Reti di possibilità.
Quando la pedagogia incontra le prassi sanitarie

Dentro il lavoro educativo

Lo scenario in cui operano oggi le professioni educative è complesso. Educatori, insegnanti e pedagogisti sono bombardati da richieste spesso impossibili: erogare prestazioni efficienti ed efficaci, risolvere situazioni difficili. Al contempo, sono travolti da un pregiudizio diffuso, che genera un clima di disagio e conseguenti sentimenti di inadeguatezza e frustrazione. Non solo. Il mondo intorno ai servizi educativi è radicalmente cambiato: pratiche educative consolidate sembrano non reggere di fronte alle emergenze che irrompono a scuola o nei servizi. Così, il disorientamento professionale è palpabile.
Come fare, allora, educazione con professionalità? Serve ritrovare il senso del lavoro educativo, ma anche ridefinire le condizioni che lo rendono fattibile e significativo. Riappropriarsi pedagogicamente del “metodo” e dei suoi significati può rappresentare una strada utile a contenere il disorientamento professionale, individuando modalità di pensiero e di azione adeguate ad abitare la problematicità delle situazioni educative senza operare riduzionismi. Muovendo da una ricostruzione delle modalità con cui il metodo è stato pensato e praticato nella cultura occidentale, il testo accompagna educatori e pedagogisti nel pensarlo come costrutto complesso, ritrovandone il valore nella possibilità di combinare rigore e ascolto delle situazioni, e approfondendo disposizioni professionali che consentono di aver cura dell’esperienza educativa, rispettandone la contingenza, la problematicità e l’imprevedibilità.

Le riflessioni che si sviluppano in questo libro transitano lungo i territori di confine tra l’educativo e il sanitario: il lavoro si rivolge a tutti gli operatori sanitari – ma anche a quelli dell’educazione – che costantemente si misurano con i pensieri e le azioni che compongono quella che viene definita l’esperienza immateriale della cura.
Oggetto di particolare attenzione è l’epistemologia della cura sanitaria indagata nella prospettiva della complessità. Arrivare a comprendere se la medicina sia scienza oppure servizio; portare i medici e tutti gli operatori sanitari a elogiare il dubbio e l’umiltà nel corso del loro esercizio professionale che si dirige nella tensione tra la cura-basata-sull’EBM e quella-basata-sulla-persona-curata, sono alcune delle sfide che vengono raccolte.
Vengono proposte alcune “buone pratiche pedagogiche” in sanità, in riferimento ai contributi di alcuni pedagogisti italiani che in questi ultimi anni si sono dedicati alla formazione del personale sanitario e allo sviluppo della corrente della pedagogia medica.
L’opera presenta la prospettiva del problematicismo pedagogico di Giovanni Maria Bertin calata nei contesti sanitari. Le categorie dell’esperienza, dell’inattualità, del conflitto, del dialogo e dell’empatia, così come la possibilità di scegliere il proprio progetto di vita e di cura anche nella malattia, vengono analizzate con l’intento di promuovere la pedagogia dello scarto e della resistenza per sostenere il chirurgo, come il logopedista, la dietista, come l’infermiere o l’educatore professionale nel pensare alle questioni vitali che premono alle porte delle loro menti, in funzione, proprio, del loro esercizio professionale.

Stefano Benini è dottore di ricerca in Pedagogia. È professore a contratto di Pedagogia sanitaria e Pedagogia nella Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna. Svolge attività di formazione in corsi per professionisti sanitari, con particolare riferimento allo sviluppo delle competenze educative, comunicative e relazionali.