Con Metodo.
Dalla ricerca in Clinica della Formazione alle pratiche educative

Dentro il lavoro educativo

Lo scenario in cui operano oggi le professioni educative è complesso. Educatori, insegnanti e pedagogisti sono bombardati da richieste spesso impossibili: erogare prestazioni efficienti ed efficaci, risolvere situazioni difficili. Al contempo, sono travolti da un pregiudizio diffuso, che genera un clima di disagio e conseguenti sentimenti di inadeguatezza e frustrazione. Non solo. Il mondo intorno ai servizi educativi è radicalmente cambiato: pratiche educative consolidate sembrano non reggere di fronte alle emergenze che irrompono a scuola o nei servizi. Così, il disorientamento professionale è palpabile.
Come fare, allora, educazione con professionalità? Serve ritrovare il senso del lavoro educativo, ma anche ridefinire le condizioni che lo rendono fattibile e significativo. Riappropriarsi pedagogicamente del “metodo” e dei suoi significati può rappresentare una strada utile a contenere il disorientamento professionale, individuando modalità di pensiero e di azione adeguate ad abitare la problematicità delle situazioni educative senza operare riduzionismi. Muovendo da una ricostruzione delle modalità con cui il metodo è stato pensato e praticato nella cultura occidentale, il testo accompagna educatori e pedagogisti nel pensarlo come costrutto complesso, ritrovandone il valore nella possibilità di combinare rigore e ascolto delle situazioni, e approfondendo disposizioni professionali che consentono di aver cura dell’esperienza educativa, rispettandone la contingenza, la problematicità e l’imprevedibilità.

Questo è un testo che proviene dall’esperienza sul campo e a questa intende poi rimandare, con metodo, preparati. Suo riferimento teorico è in particolare il volume Dentro il lavoro educativo. Pensare il metodo, tra scenario professionale e cura dell’esperienza educativa, di Cristina Palmieri (in questa stessa collana, 2018) di cui rappresenta il versante più pratico, applicativo.
Una volta studiate le scienze dell’educazione e compresi i riferimenti pedagogici, ci si ritrova infatti “in situazione” educativa non sapendo che fare. Mancano indicazioni pratiche rispetto a quella particolare con-dizione e non c’è “un” manuale a prescrivere tutto ciò che si dovrebbe fare, mossi peraltro dall’idea di dover far bene. Solo che se anche un tal manuale esistesse, finirebbe per valere per non poter essere utilizzato! Perché non c’è manuale che possa includere ogni età, ogni problema, ogni tempo e luogo, ogni condizione.
I metodi nascono e muoiono, o meglio le loro intuizioni chiedono volta per volta una traduzione e dunque invitano al necessario tradimento. Eppure, qualcosa al fondo delle pur diversissime esperienze educative permane. Come “un’estetica della formazione”, termine ripreso da Riccardo Massa a cui questo testo rimanda.
Intenzionalmente disposto in agili capitoletti, per la maggior parte di due pagine soltanto, il testo si rivolge agli educatori professionali, ma anche a quelli che pur sapendo, desiderano comprendere i motivi per i quali “facendo” si ottengono determinati effetti, alcuni certamente attesi, altri meno. Si offre come tale alla riflessione comune di chiunque sia professionalmente implicato in ruoli educativi e, con un po’ di attenzione dovuta al linguaggio specifico, può esser agilmente consultato anche da chi opera nel volontariato educativo.

Giorgio Prada è formatore e pedagogista, docente a contratto a supporto presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Non di sola relazione. Per una cura del processo educativo (Mimesis, 2008, con C. Palmieri) e, per questa casa editrice, La diagnosi educativa, la questione della conoscenza del soggetto nelle pratiche pedagogiche (2005, con C. Palmieri) e Ma chi ti ha insegnato l’educazione? Genitori sulla scena educativa (2012).

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